La barzelletta del candidato che si autoincrimina al test: riderai fino alle lacrime

Ridere è una delle attività più serie che esistano — e no, non è un paradosso. Gli scienziati hanno dimostrato che la risata attiva il sistema limbico, riduce il cortisolo e rafforza i legami sociali. Ma cosa ci fa ridere davvero? Secondo la teoria dell’incongruenza, il cervello ride quando percepisce uno scarto tra ciò che si aspetta e ciò che accade. Insomma, l’umorismo è un piccolo cortocircuito cognitivo. E non siamo gli unici a ridere: i ratti, i delfini e i primati producono vocalizzazioni associate al gioco che gli etologi considerano forme primitive di risata. Noi umani, però, siamo gli unici a fare barzellette — il che ci rende o molto intelligenti o molto strani, probabilmente entrambe le cose. Gli antichi romani non scherzavano (anzi, scherzavano eccome): la loro comicità preferita prendeva di mira i difetti fisici, la stupidità e le gaffe sociali. Persino Cicerone aveva una raccolta di battute. Oggi l’ironia si è fatta più sottile, più cerebrale — e la barzelletta che segue ne è la prova perfetta.

La barzelletta

Due giovani ingegneri fanno domanda per essere assunti presso un’azienda. Avendo le medesime qualifiche, i dirigenti decidono di sottoporli a un test: un questionario di 10 domande, identico per entrambi.

Completato il test, i due candidati si confrontano:

«Io ho risposto a tutte le domande tranne una, la numero 5, perché non la sapevo.»

«Anch’io ho risposto a tutte, tranne alla numero 5, come te!»

Dopo un po’ di tempo, il responsabile chiama uno dei due e, ringraziandolo, gli comunica che il posto è suo.

L’altro candidato ci rimane malissimo e protesta:

«Perché proprio lui e non io? Abbiamo entrambi risposto a nove domande su dieci!»

«È vero. Però abbiamo basato la nostra decisione non sulle risposte corrette, bensì sulla domanda cui non è stato risposto.»

«E com’è possibile che una risposta non data sia valutata meglio dell’altra?»

«Semplice: il suo collega, alla domanda numero 5, ha scritto: «Non lo so». Lei ha scritto: «Neanch’io»

Perché fa ridere (e fa anche riflettere)

Il meccanismo comico si innesca nell’ultima battuta, quando lo scarto tra le due risposte rivela qualcosa di inaspettato sul secondo candidato. Scrivere “neanch’io” a un test individuale significa, implicitamente, di aver copiato dal vicino — e di averlo ammesso per iscritto, inconsapevolmente, di fronte alla commissione.

La barzelletta gioca su più livelli:

  • L’ironia dell’autoincriminazione: il candidato si smonta da solo senza rendersene conto.
  • La logica assurda ma coerente: la risposta “sbagliata” è sbagliata non nel contenuto, ma nel contesto — ed è questo che la rende comica.
  • Il ribaltamento delle aspettative: ci aspettiamo che le due situazioni siano equivalenti, e invece non lo sono affatto.

Un piccolo capolavoro di umorismo intelligente, che — esattamente come volevano i dirigenti — dice tutto sul candidato senza che lui se ne accorga.

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